Nutrizione, biochimica, sensazioni e coscienza - Pathos

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Nutrizione, biochimica, sensazioni e coscienza

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Nutrition, biochemical, communication and consciousness

Massimo Cocchi
Facoltà di Medicina Veterinaria Alma Mater Studiorum
Università di Bologna
Letture
Pathos 2008, 15; 4: 29-36
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Riassunto  Questo scritto cerca di interpretare il rapporto fra gli aspetti metafisici della mente e della coscienza con gli aspetti biologici. In particolare vuole sottolineare la necessità della ricerca di una fusione armonica fra valutazione soggettiva della psiche e caratterizzazione biologica della patologia psichiatrica.
Un grande tempo di ricerca viene oggi speso per identificare quei meccanismi che si ritengono ancora ignoti ma pronti a essere colti con qualche grande intuizione.
Il punto è comprendere il meccanismo globale del signalling e i livelli, forse ancora più sub microscopici di quelli che percepiamo ora, delle comunicazioni cellulari.
Quali possono essere gli eventi che si determinano a seguito della progressiva modificazione della funzione di membrana? Una recente convergenza su questa tematica ha condotto alla realizzazione di un’ipotesi di lavoro assai suggestiva, cioè al verificarsi di un continuum biologico fra composizione in acidi grassi della membrana cellulare, proteina Gs alpha, tubulina e stato di coscienza.
Summary  This writing seeks to interpret the relationship between the metaphysical aspects of the mind and consciousness with the biological aspects. In particular, it wants to stress the need of seeking a harmonious merger between subjective assessment of the psyche and the characterization of the biological psychiatric disorder.
A great time for research is spent today to identify those mechanisms that are considered still unknown, not yet discovered, but ready to be caught with some great intuition.
The point is to understand the mechanism of signalling, gene expression and the levels, perhaps even more sub microscopic than those perceived
now, of the cell communication. What events may be determined as consequence of the gradual modifi cation of the membrane function? A recent convergence on this issue led to the creation of a very suggestive working hypothesis that is, the occurrence of a biological continuum between the fatty acid composition of cell membranes, protein Gs alpha,
tubulin and state of consciousness.
Parole chiave  Nutrizione, comunicazione biochimica, coscienza, mente, cervello, psichiatria
Key words  Nutrition, biochemical communication, consciousness, mind, brain, psychiatry

Introduzione
Quando si pensa alla complessità della vita, del cervello, dell’organizzazione biochimica e fisiologica dell’intero organismo, c’è quel senso di impotenza che ci coglie come quando vogliamo ragionare di infinito. Il fatto che di questo infinito conosciamo solamente pochi frammenti dovrebbe indurre una presa di coscienza sui limiti del dimostrabile e anche un grande disagio quando tentiamo di risalire all’origine del processo vitale e con esso alla percezione dell’essere. Ogni momento della nostra quotidianità cosciente è scandito da tre eventi fondamentali:
1.L’attività coordinata dei movimenti, che si esprime nella capacità di compiere un lavoro.
2.L’attività concettuale, controllata dalla ratio, che qualifica il coordinamento dei movimenti, conferendo un senso logico all’attività di lavoro.
3.L’espressione dei sentimenti, che governa la capacità relazionale.

Il cervello e la mente
I progressi conoscitivi delle Neuroscienze hanno portato sia un contributo determinante al chiarimento dei meccanismi che consentono eregolano molte attività cerebrali sia un’approfondita conoscenza del complesso delle attività neurochimiche e neuroelettriche, aspetti fondamentali nel progresso conoscitivo delle funzioni e delle attività cerebrali, quindi anche del comportamento.
Alcuni aspetti, però, rimangono oscuri:
1.Gli effetti in risposta a variazioni, anche minime, delle potenzialità cerebrali.
2.Il complesso degli eventi (trasferimento degli stimoli, selezione delle risposte, adattamento relazionale) che si traducono nella complessa sommatoria fenomenologica delle sensazioni e delle percezioni che determinano il sentimento, e, con esso, il coinvolgimento sociale, politico e relazionale del nostro essere.
E’ la linea di confine fra cervello e mente che, in attesa di chiarimenti scientifici, ammesso che possano mai esserci, induce al ragionamento e alla teorizzazione bio filosofica.
Se si ammette che ogni risposta emozionale sia condizionata da un preciso intervento di neuromediazione, potremmo giustificare ogni azione come conseguenza di un atteggiamento emozionale neuromediato. Ciò porrebbe serie implicazioni di fatto e di merito relativamente a ogni comportamento deviante dalle clausole del rispetto delle regole poste a tutela della protezione e della libertà individuale.
Nel momento in cui la società istituisce la pena per le deviazioni del comportamento finalizzato al male e riconosce il premio all’eroe, implicitamente riconosce anche che l’atto potrebbe non essere conseguente a una modificazione incontrollata delle attività neuro-metaboliche del cervello.
Se ammettessimo che in gesti devianti dalla norma si riscontrano alterazioni del sistema comunicazionale a livello nervoso, l’azione criminosa non dovrebbe essere punita el’azione eroica non dovrebbe esserepremiata, secondo la normale consuetudine, in quanto eventi legati o  determinati  da modificazioni neurometaboliche incontrollate e non gestiti dal libero arbitrio, cioè conseguenti a una decisione cosciente.
In realtà la società non approfondisce questo aspetto e scende a un clamoroso compromesso nell’esecuzione della pena e nel conferimento del premio, con un atteggiamento dubbio, in quanto riconosce solo in certi casi di grave o gravissima devianza comportamentale l’esistenza dell’implicazione fenomenologica di un’anomalia della risposta neuromediata per stabilire la “non punibilità” del soggetto. Questo è così vero che la valutazione dell’incapacità di intendere e di volere viene affidata esclusivamente a strumenti di misurazione psichiatrica e non biologica, che legano il giudizio a un dato di esperienza e non di valutazione scientifica propriamente intesa.
Nel caso contrario, cioè nell’azione eroica, la società conferisce il premio senza preoccuparsi se essa sia frutto o meno di una risposta neuromediata. Tutto ciò potrebbe derivare, da un lato, dalla fisiologica e istintiva necessità di difesa, dall’altro, dalla necessità di porsi in antitesi all’atto criminoso, esaltando e sottolineando il cerimoniale del premio. La società, dunque, applica una ratio di comodo a sua tutela.
Nel caso dell’azione criminale, poiché vi sono capacità interpretative solamente per grandi scostamenti dalla normalità e non sono possibili le quantificazioni di piccoli scostamenti, la società discrimina il fenomeno biologico a livello dimensionale fra assoluto e relativo.
Scompare, di fatto, il concetto di cervello ogni qualvolta si fa riferimento a una speciale performance del comportamento e/o qualora ci si trovi di fronte a eventi di particolare coinvolgimento emozionale.
In una concezione rigorosamente scientifica dell’attività cerebrale, potremmo anche riconoscere l’ipotesi che stimoli di diversa natura possano modificare il comportamento, modificando l’autocoscienza di un individuo (cioè l’etica, percepita come controllore a ritroso delle azioni umane), rendendolo protagonista inconsapevolee incontrollato del male e del bene. In questo caso la Società dovrebbe riconoscere che applica la pena o il premio nel puro interesse della propria tutela o della propria gratificazione.
Nel momento in cui le teorie lombroiane venivano negate, era evidentela volontà di codificare il giudizio non sotto l’aspetto di una specifica predisposizione, bensì riconoscendo il libero arbitrio come capacità razionale e cosciente (consapevole) dell’individuo di essere “bene o male”.
Si determina in questo modo una grande confusione biologica, slegando l’osservazione biochimico-fisiologica da quella psichica: in pratica non è evidente l’interesse specifico a dimostrare fino in fondo che alla base di certe affezioni comportamentali possano esservi forti condizionamenti di tipo neurometabolico strutturale o funzionale.
Cervello e mente ripropongono l’eterna diatriba fra materia e pensiero, così cervello e mente, a seconda dei casi, divengono entità distinte o fuse.
Cervello e mente cioè, cervello nel cervello come complessi  strutturali distinti connessi da un network biochimico-fisiologico ancora ignoto, non filogeneticamente maturo, con un controllo non ancora perfetto?
Potremmo anche ritenere che alla completa maturazione del cervello possa corrispondere il dominio totale del bene sul male, perché questo è il progetto?
Come possiamo non pensare che la perfezione dell’organismo umano risponda a un preciso fine e che questo fine sia il raggiungimento della conoscenza assoluta e, quindi, anche del bene assoluto?
Potremmo dire che il sistema sia ancora imperfetto e che ciò sia la causa delle anomalie comportamentali più eclatanti?
Potremmo ritenere che alla perfezione dell’ambiente potrebbe corrispondere la perfezione del cervello o viceversa quindi una perfetta fusione biologica del cervello nel cervello?
Ammettere la plausibilità di tali questioni conforterebbe, in realtà, per l’esistenza di un progetto biologico tendente alla perfezione e assolutamente compatibile con il dogma della perfezione della creazione e conforterebbe anche perché renderebbe compatibile la concezione del sodalizio biologico fra materia e pensiero.
Il problema che rimane aperto è se mai sarà possibile identificare biologicamente questo network che ancora non ci è dato di evidenziare o se esso esistadavvero.
Tutto ciò lascia al credente il proprio concetto di “soffio divino” e al non credente la propria “illusione” di dimostrare come materia lo spirito. Facendo riferimento al passo della creazione nel libro della Genesi, certamente a un credente si pongono serie riflessioni.
“… La terra produca essere viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie”. E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.
…Allora il signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente…”
L’ipotesi che tutto quanto si riferisce a coscienza, anima e mente sia interpretabile alla luce del fenomeno biochimico, delle sue interazioni  e del fenomeno della comunicazione biochimica è certamente affascinante e motiverebbe quanto teorizzato precedentemente. Se, tuttavia, analizziamo le parole della Genesi e poniamo a confronto l’animale e l’uomo balzano evidenti due aspetti: l’origine dalla sola terra e il soffio divino che caratterizzano rispettivamente animale e uomo.
Se noi ancora facciamo riferimento alla vita di entrambi dal punto di vista biologico, nella perfezione dei meccanismi cellulari dobbiamo riconoscere che esiste una “casa biochimica comune”, che cioè sul piano meramente biometabolico non vi sono sostanziali diversità fra l’animale e l’uomo. L’unica differenza percepibile rimane il cervello, nonostante anche per esso, dal punto di vista biochimico, si debba necessariamente parlare di casa biochimica comune.
E’ certamente vero che lo sviluppo cerebrale umano differenzia sostanzialmente  l’uomo  dall’animale,  ma  è anche vero che la differenza determinante del soffio vitale pone il problema della collocazione della coscienza e dell’anima nell’ambito della struttura morfologica dell’organismo umano.
Può la sola differenza di sviluppo essere riconducibile e riferibile a complessità biologiche non ancora dimostrate, relativamente a quei concetti astratti di mente, coscienza, anima? Possiamo dire che questi aspetti dell’uomo siano realmente identificabili in particolari strutturazioni di ordine biochimico comunicazionale? Che, come ipotizzato nei ragionamenti di questo scritto, ci siano aspetti della complessità cerebrale ancora immaturi, ignoti o non ancora identificabili per ragioni tecnico-metodologiche?
Oppure non sarà vero che è impossibile identificarli perché in realtà non esistono, in quanto gli elementi mente, coscienza e anima sono il grande mistero della vita umana legato al soffio divino?
Possono la concessione e il concetto del libero arbitrio e delle manifestazioni a esso conseguenti essere ritenute parti integranti e condizionanti di mente, coscienza e anima?
Oppure non sarà proprio il libero arbitrio a essere correlato al funzionamento biologico del cervello e, quindi, in un organismo ancora non perfetto, a condizionare le risposte in un percorso di perfettibilità che lasceranno, una volta raggiunta, spazio inequivocabile a mente, coscienza e anima, compiendo in questo modo quella sintesi che si rispecchia nel disegno del vero significato della creazione dell’uomo?
L’identificazione della perfezione con il bene e quindi la perfetta espressione di mente, coscienza e anima, sono essi strumenti e componenti essenziali del disegno divino e che sostituiranno il più terreno libero arbitrio?
Non ho facoltà di risposta, ma ben mi è chiaro il perché menti illuminate e superiori come John Eccles abbiano sofferto, nell’incapacità di dimostrarlo con mezzi scientifici, il travaglio di una comprensione che non ci è dato di avere.

Dolore fisico e dolore dell'anima
Fortemente stimolato dall’incontro precedente e dallo sprone intellettuale dell’amico Mario Tiengo, ho tentato di tradurre alcune possibili relazioni fra sensazioni e percezioni coscienti, quali paura, fame e dolore.
Sicuramente tutti noi in qualche circostanza abbiamo provato sensazioni di dolore fisico e di dolore dell’anima (dolore morale); dolore che sembra sovrastare ogni altra espressione di vita e, ogni volta ci chiediamo se a ciò esista o meno un limite, un grande contenitore in cui tutto si stemperi e si diluisca fino alla totale dissolvenza. Non è così: anche il dolore lascia, alla sua massima diluizione, una traccia profondamente marcante ogni molecola dell’organismo, una memoria inconsapevole (coscienza retrograda?), pronta al richiamo, per riproporsi in tutta la sua dirompente drammaticità.
Paura e fame sono due immagini speculari di stati di coscienza che si affrontano senza un interlocutore identificato e identificabile, senza “habeas corpus”, un nemico impalpabile che sfugge alla logica degli eventi e delle responsabilità.

I meccanismi del dolore
Una vasta ricerca scientifica ha interpretato i meccanismi  principali del dolore. Essi corrispondono, per quanto oggi conosciuto, a un’ineluttabile sequenza di reazioni biochimiche sulle quali, con ogni mezzo disponibile, si è cercato di intervenire per interrompere quel circuito che annulla l’uomo nella dignità del suo essere.
Eppure quel dolore, sul quale ci accaniamo terapeuticamente, è molto diverso da quello devastante che rimane nell’intimo dell’uomo e che non ha ancora trovato soluzioni farmacologiche di controllo.
Il primo, infatti, si esterna con forte incisività attraverso l’urlo e trova, in questo, motivo di compiacente compassione; l’altro non possiede questo tipo di forza fisica e, di fatto, colpisce meno la capacità degli altri di comprenderlo.
Due dolori, uno biochimico, l’altro apparentemente libero da vincoli di fisicità.
Ma esistono davvero due dolori, uno biochimico che modifica la genialità cellulare e l’altro che appartiene alla biochimica dell’anima, cioè incapace di autodefinirsi attraverso un percorso biologico identificabile?
Non credo che sia facile dare questa risposta ma vale tuttavia la pena di tentare. Forse, anzi, vale la pena di riflettere su un punto preciso, che con il dolore morale ha qualche affinità, in quella dimensione impalpabile che è elemento caratterizzante.
Il punto preciso è la malattia psichiatrica e la sua possibilità di essere espressione di un’imperfezione cerebrale apparentemente patologica rispetto a quella che consideriamo la normalità.
Non ci sono prove evidenti che l’evoluzione cerebrale sia un processo completato: è possibile che esista un cervello ignoto connesso a quello noto, i cui meccanismi di collegamento non siano ancora definiti nella perfezione dei meccanismi biochimici della neuro trasmissione e del cellular signalling.
Le funzioni dei tessuti  multicellulari e dell’organismo non si esprimono solo attraverso le autonome capacità metaboliche, bensì anche con sistemi complessi grazie ai quali le necessità di ciascuna cellula o tessuto sono segnalate ad altre cellule in grado di rispondere a tale segnale. Il complesso delle attività è rivolto a garantire, nel sistema di comunicazione, una risposta coordinata all’insieme delle funzioni dell’organismo che attraverso sistemi molecolari risponde alle modificazioni ambientali e nutrizionali. Le sostanze ormonali e trasmettitrici sono classificate in accordo alle relazioni esistenti fra sito di produzione e sito bersaglio. Gli ormoni possono essere sintetizzati in continuo, immagazzinati nelle vescicole delle cellule produttrici, pronti per il rilascio dietro richiesta, oppure sintetizzati solo dietro specifica richiesta.
Il legame ormone-recettore induce risposte diverse e specifiche ormone-tessuto, alcune risposte sono mediate da secondi messaggeri all’interno delle cellule bersaglio. Le molecole segnale controllano diverse funzioni:
-Crescita e differenziazione cellulare.
-Funzioni elettriche e meccaniche a supporto della locomozione.
-Digestione degli alimenti.
-Mantenimento dell’omeostasi dei fluidi e degli elettroliti.
-Riparazione delle lesioni.
-Risposta alle infezioni batteriche e virali.
-Supporto nutrizionale per tutti i tessuti.
I secondi messaggeri sono piccole molecole prodotte nelle cellule in risposta a legami ormonali e segnali di trasduzione: AMP ciclico, GMP ciclico(1,2), diacilglicerolo (DAG), inositolo (1,4,5) trifosfato (IP3), ioni calcio. Un numero seppur ridotto di secondi messaggeri corrisponde a un’ampia gamma di risposte metaboliche e funzionali. Tre eventi contribuiscono alla complessità delle risposte:
-La capacità della cellula di rispondere a un particolare ormone, esprimendo specifici recettori sulla membrana plasmatica.
-Il cambiamento indotto nel recettore dal legame conl’ormone.
-La capacità degli enzimi, nella cellula, di rispondere ai secondi messaggeri.
La risposta intracellulare, prodotta dai segnali che operano attraverso secondi messaggeri, varia in accordo alle funzioni della cellula e degli enzimi disponibili per le modificazioni indotte da specifici secondi messaggeri. Ciò significa che lo stesso tipo di complesso ormone-recettore può attivare differenti processi nelle cellule di differenti tessuti. Quest’interpretazione del fenomeno della comunicazione biochimica lascia aperto il problema della possibile esistenza di meccanismi di comunicazione ancora ignoti in tutta la complessità dell’evento biologico.
Se pensiamo all’evoluzione delle tecniche e delle metodiche di indagine scientifica, non si può escludere che il futuro ci possa riservare, grazie a un loro progressivo perfezionamento, ulteriori scoperte di altri collegamenti fra ciò che si può considerare il cervello noto con quello ancora ignoto ma realisticamente pensabile. Accanto a questa riflessione, di conseguenza, se ne pone un’altra di non minore e dirompente effetto.
Potremmo considerare che la minoranza biologica caratterizzata da fenomeni cerebrali imponenti, come la genialità e la diversità cerebrale (quella comunemente ritenuta psichiatricamente patologica), non siano invece espressione avanzata diquesto processo di connessione cerebrale ancora imperfetto ma indicatore di un tentativo di ricerca comunicazionale biologica?
Possiamo accettare che stia nella maggioranza la normalità biologica delle comunicazioni  intercellulari che tendono alla perfezione?
Se accettassimo la nostra percezione cosciente di normalità come raggiungimento del modello di perfezione, significherebbe avere raggiunto il termine dell’evoluzione, di ciò  non vi sono ancora percezioni diprobabilità. Se l’evoluzione, pertanto, non è compiuta, se, quindi, non è raggiunta la perfezione, la presunta normalità non è perfezione.
Se confrontiamo l’atto di eroismo all’atto di paura, non è giusto ritenere che l’atto di eroismo sia più imperfetto dell’atto di paura, in quanto istintivo e primordiale il primo, più consapevole e ragionato, quindi più perfetto il secondo e che al raggiungimento della perfezione non esista più né eroismo né paura? Non potremmo pensare che l’esistenza dell’uomo tenda al bene assoluto e che il livello di perfezione del sistema biologico sia proprio quello che si manifesta nel razionale della paura, per poi cessare, qualora il sistema biologico di tutti gli uomini sia divenuto perfetto?
Se ciò fosse plausibile, allora dovremmo guardare con maggiore rispetto a chi vive tale diversità, a un cervello biologicamente in fase più avanzata di perfezione.

Ruolo dell'alimentazione
E’ stato ampiamente dimostrato che a un certo tipo di alimentazione corrisponde una maggiore aggressività, quando si eccede nell’apporto proteico animale.
La ricerca ha anche dimostrato quali sono i limiti fisiologici di tale fabbisogno, di gran lunga inferiori a quelli che determinano aggressività: quindi anche la scienza, forse inconsapevolmente, individua nel minimo corretto i livelli di intervento che aprono la strada alla perfettibilità biologica.
Se consideriamo il concetto di danno nutrizionale che viene classificato in biochimico, funzionale e anatomico, reversibili i primi due stadi, irreversibile il terzo, potremmo fare alcune riflessioni.
Un danno nutrizionale tipico può essere considerato quello da alcool o eccesso alimentare lipidico a carico del fegato. Dapprima si altera la composizione, quindi la funzionalità della membrana dell’epatocita, in seguito si ha un infarcimento lipidico della cellula epatica e si determina steatosi, con danno dapprima biochimico, poi funzionale, entrambi reversibili. Infine il tutto evolve verso lacirrosi, quindi verso un danno irreversibile. L’alterazione di membrana diviene, pertanto, l’elemento scatenante l’evoluzione patologica. Anche il cervello può, e lo fa, modificare in modo anomalo la composizione lipidica delle membrane delle cellule nervose.
Perché, dunque, non si tiene mai in considerazione che questo tipo di danno nutrizionale possa determinare modificazioni sostanziali della funzione cerebrale fino a un evento patologico?
Forse perché siamo abituati a guardare al cervello più da un punto di vista clinico (proprio della disciplina neuropsichiatrica) che da un punto  di vista biochimico-fisiologico-funzionale?
Quali possono essere gli eventi che  si determinano in conseguenza della progressiva modificazione della funzione di membrana?
Sappiamo, per esempio, che difetti funzionali di membrana della cellula nervosa a livello cerebrale durante la vita embrionale, riconducibili al mancato apporto e posizionamento di certi acidi grassi, determinano nel bambino possibili alterazioni dell’apprendimento. Sappiamo, inoltre, che fenomeni come la depressione e la schizofrenia sono fortemente legati alle modificazioni di certi acidi grassi e di certi antiossidanti, a dimostrare come ci sia un forte legame con la nutrizione. Recentemente alcune ricerche hanno tentato di chiarire la complessità delle relazioni che legano la pars lipidica della membrana alla proteina Gs alpha, alla tubulina e  allo stato di coscienza. Di seguito si riporta un possibile modello di legame (Figura 1).
Sulla base delle ricerche precedentemente citate1-3 si può tentare di comprendere e spiegare gli eventi biologici che caratterizzano il disordine psichiatrico, quindi, la possibilità di diagnosticare la patologia psichiatrica in modo oggettivo, per esempio con l’uso di semplici test ematici.
Un risultato di questo tipo può rappresentare una rivoluzione nel mondo della psichiatria e delle neuroscienze. La figura deve essere analizzata dalla comunità scientifica psichiatrica poiché, nei suoi futuri sviluppi, potrebbe essere la chiave per nuove possibilità diagnostiche e terapeutiche: potrebbe rappresentare la strada che, come una rotatoria, connette le diverse scorciatoie che potrebbero legare la coscienza all’ambiente passando attraverso complessi meccanismi di profonde vie nervose.
Sembra giunto il tempo per affrontare il rapporto fra coscienza e ambiente, fra psichiatria e coscienza. Un capitolo che, se per ora e per certi aspetti è passato attraverso il calcolo matematico nell’espressione delle reti neurali artificiali, dovrà verosimilmente passare attraverso la meccanica quantistica. Nelle nostre intenzioni, il modello più centrato per lo studio delle modificazioni della coscienza riguarda la patologia schizofrenica.
L’induzione nutrizionale della modificazione di composizione lipidica della cellula nervosa cerebrale è, pertanto, un fenomeno da valutare molto seriamente.
Così come, dalle ricerche condotte, risulta improprio, in certe condizioni di espressione psichiatrica, pensare di modificare la composizione degli acidi grassi di membrana con il solo evento nutrizionale”.

Paura e fame
Per quanto riguarda le già citate “paura e fame” o meglio “fame e paura della fame”, va detto che sono oggi condizioni che nel mondo tendono al raggiungimento di un minimo metabolico, che potrebbe essere anche la giusta dimensione di benessere e la via corretta verso il completamento della maturazione delle funzioni cerebrali.
E’ assolutamente vero, infatti, che se tutto l’eccesso del mondo cosiddetto civilizzato fosse spalmato in senso universale su tutti gli uomini, scomparirebbero le patologie da eccesso e si ripristinerebbero condizioni di benessere reale.
L’eccesso di cibo e di benessere sociale non è quindi segno di perfezione e di intelligenza, non è segno di equilibrio biologico.
Nella fame e nella paura della fame meglio si identifica il concetto di ragione dell’esistenza e si esprime il massimo potenziale cerebrale alla ricerca di soluzioni che vincano la morte, in molti casi prematura rispetto al progetto vitale.
Una competizione esasperata di altissimo valore morale che, nell’esercitare il diritto alla sopravvivenza, stimola meccanismi di adattamento biochimico nella cui perfetta conoscenza si potrebbero capire molti di quei meccanismi ancora ignoti che, oltre alle finalità dell’omeostasi metabolica e prima del danno irreversibile, ricevono segnali neuromediati.
Il punto è di comprendere il meccanismo globale del signalling e i livelli, forse ancora più submicroscopici di quelli che percepiamo ora, delle comunicazioni cellulari.
Sarebbe improponibile pensare che il cervello nascosto non sia riferibile a condizioni fisiche di legami intra e interneuronali, bensì a mediatori neurochimici, per i quali è più ragionevole pensare a tempi differiti di maturazione?
E’ plausibile, se pensiamo a quanti sistemi enzimatici hanno dei  tempi di maturazione programmata e differita durante i  periodi  accrescitivi; è plausibile se pensiamo al cervello come un’entità che non ha ancora compiuto, più che un’evoluzione in senso fisico, un’evoluzione in senso neurochimico.
In ciò potrebbe risiedere la difficoltà a individuare questi meccanismi, data la dimensione fenomenologica non affrontabile con gli attuali strumenti di osservazione, anche i più sofisticati.
Un grande  tempo  di  ricerca  viene speso oggi per identificare quei meccanismi che si ritengono ancora ignoti, cioè non scoperti, ma pronti  a essere colti con qualche grande intuizione.
Non sorge il dubbio lecito che una delle strade possibili sia quella di comprendere, attraverso modelli sperimentali, che il mistero stia proprio in aspetti che non si possono scoprire perché non ancora determinatisi?
Una ricerca che procede per identificare l’esistente e una ricerca che procede per identificare il virtuale.4-15 Dovremmo dedicare più tempo a pensare a ciò che ancora manca accanto a ciò che già c’è; dovremmo ipotizzare, sulla scorta delle conoscenze e delle osservazioni che la ricerca tradizionale ci offre, se il puzzle cerebrale ha tasselli che non riusciamo a identifcare oppure se il nostro limite è da ricondurre al fatto che qualche tassello è proprio mancante.
Nella complessità delle sue funzioni il cervello deve compiere un percorso di cui non è dato di conoscere il tempo occorrente per arrivare a quella perfezione maturativa che darà all’uomo la giusta percezione delle finalità per le quali occupa questo spazio terreno. Fame e paura della fame, dunque, come processo di ripristino della verità biologica e non come meccanismo scatenante di atti inconsulti, aggressivi e pericolosi e anche di ipocrita compassione.
A tutti quegli uomini che esprimono diversità di capacità intellettiva, il compito di ripensare i cosiddetti livelli di omeostasi biologica, accelerando la comprensione della sua complessa fenomenologia e acquisendo maggiori informazioni sui fattori e i meccanismi che partecipano a quell’evento fondamentale per l’uomo, che è la maturazione del cervello e delle sue funzioni.
A questi uomini anche il compito di meglio comprendere se la diversità psicopatologica sia un tentativo neurobiochimico di aggiustamento e raggiungimento della perfezione molecolare delle interazioni neuronali.
A questi uomini il compito di dimostrare scientificamente se la coscienza è un processo neurochimico determinato dalla percezione etica (controllo retrogrado delle pulsioni), della percezione dell’essere (consapevolezza dell’esistere in tutte le manifestazioni psicofisiche), dalla percezione biochimico-fisiologica (consapevolezza della fisicità dell’essere un sistema non perfetto ma perfettibile di complessi percorsi bio metabolici).

Published
14th December 2008

Bibliografia
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