Editoriale - Pathos

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Editoriale

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Doctor, Professor, Person
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Intervista a Paolo Mantegazza
A cura di Mauro Bianchi, 
Dipartimento di Farmacologia, Università di Milano
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Paolo Mantegazza è Rettore Emerito dell’Università degli Studi di Milano. Pathos è una rivista che tratta argomenti di fisiopatologia e terapia del dolore. A prima vista, due mondi distanti senza nulla in comune. Eppure, questo editoriale-intervista dimostra che due realtà apparentemente lontane possono presentare un punto di incontro di grande valore e interesse. Accade quando si tratta dell’uomo e delle sue domande più vere di fronte alla sofferenza.

Un anno fa Pathos ha intervistato Mario Tiengo, direttore della cattedra di Fisiopatologia e terapia del dolore istituita nel 1979 a Milano. In quella occasione, egli aveva sottolineato che il Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia si era mostrato particolarmente sensibile rispetto a quella opportunità…
Devo dire che non soltanto il sottoscritto, allora Preside, ma tutta la Facoltà si era dimostrata particolarmente favorevole all’istituzione di una cattedra di Fisiopatologia e terapia del dolore, ritenendo che questo insegnamento fosse assai utile per la formazione completa di un medico. Senza dimenticare che effettivamente Mario Tiengo, allora docente di Anestesiologia e Rianimazione,
aveva sempre dimostrato particolare interesse per lo studio del dolore e aveva più volte auspicato l’attivazione di un insegnamento di questo tipo.

Quella cattedra, nata da un’idea di Mario Tiengo da lei valorizzata in modo così efficace, adesso non c’è più. Cosa le suggerisce questo? 
Quando Mario Tiengo per ragioni di età ha dovuto lasciare l’Università, purtroppo la Facoltà è stata poco saggia e non ha mantenuto attivo quell’insegnamento. E’ chiaro infatti che il dolore resta un problema tutt’altro che risolto e talvolta drammatico nella pratica clinica. 

A prescindere dalla difficoltà della situazione attuale, per quanto riguarda l’arruolamento di nuovi docenti le sembrerebbe opportuno creare le condizioni per offrire agli studenti di Medicina un insegnamento specifico delle principali tematiche inerenti la terapia del dolore?
Sarei non soltanto favorevole a riattivare l’insegnamento per gli studenti del corso di laurea in Medicina e Chirurgia, ma ancor più a creare Scuole di specializzazione per formare medici che si occupino di terapia del dolore. Poiché la terapia del dolore richiede l’attenzione di esperti, sarebbe auspicabile che uno specialista in questo ambito fosse presente almeno presso le maggiori strutture ospedaliere.

Lei è stato Rettore di un grande Ateneo per 17 anni. Anche se rischiamo di andare un po’ fuori tema, credo che i nostri lettori sarebbero interessati a
conoscere come lei vede il futuro dell’Università italiana…
Da molti anni ormai si ripete che l’Università per avere un futuro deve essere radicalmente cambiata. Si parla di una seria valutazione del merito, di modifiche delle modalità concorsuali, di una più accurata ed esperta gestione amministrativa delle Università e di una più razionale distribuzione dei fondi ministeriali. In sostanza, però, non se ne è fatto mai nulla. E intanto la situazione ha continuato a peggiorare. A proposito delle risorse economiche, non si dice mai che il tanto attuale e discusso problema della carenza di fondi è dovuto al fatto che in questi ultimi anni il numero delle Università è andato crescendo in modo esponenziale. Soprattutto per ragioni di ordine clientelare, si è voluto che ogni città avesse il suo Ateneo. In questo modo, è stato causato un insostenibile aumento della spesa di mantenimento a carico dello Stato e, quindi, dei contribuenti. Mentre in altri Paesi si tende a limitare il numero delle Università, puntando sull’eccellenza e dando a ogni Ateneo una specifica identità per favorire la competizione e migliorare la qualità, nel nostro Paese si è scelta la strada opposta: aumentare il numero delle Università a scapito della qualità. E così siamo considerati tra i Paesi che meglio “sprecano” i soldi destinati all’Università.

Facciamo un passo indietro. Lei è un medico che ha deciso di dedicarsi alla ricerca e all’insegnamento nell’ambito della Farmacologia. Perché?
In pratica, per puro caso. Finita la guerra mi trovavo nella necessità di laurearmi rapidamente e nella ricerca di una sede dove svolgere la tesi di laurea mi è capitato di incontrare Emilio Trabucchi, direttore dell’Istituto di Farmacologia. Trabucchi era un uomo dotato di notevole intelligenza e di una vasta cultura che sapeva affascinare i giovani. Egli mi accolse e dopo la laurea mi offerse la possibilità di diventare assistente presso l’Istituto. Da allora, restai nell’ambito universitario.

Credo che sia molto difficile lavorare proficuamente in ambiente accademico senza figure di riferimento. E’ d’accordo? Lei da chi ha imparato di più?
Sono perfettamente d’accordo. Per svolgere al meglio una professione, e non soltanto quelle accademiche, è necessario avere accanto qualcuno che ti insegni a usare sia le mani sia la testa. Nel mio caso ho avuto la fortuna di trovare in laboratorio Petronio Zamboni, un ricercatore preciso e metodico, esigente e difficile da accontentare, che mi ha insegnato principalmente a usare le mani.
Da Trabucchi, sempre ricco di consigli, ho imparato in particolare a usare la testa. Egli era un maestro che concedeva sempre la massima libertà a chi era in grado di condurre una ricerca con proprie idee e con spirito di iniziativa. D’altra parte, un vero maestro è colui che da docente sa tornare a essere anche discente, sa formare allievi dai quali imparare.

La sua è stata una carriera accademica decisamente brillante. Ritiene di essere stato ripagato della mancanza di un rapporto diretto con il paziente e la sua sofferenza?
Onestamente, credo di no. Ancora oggi mi capita di avere nostalgia del paziente e del rapporto umano con la persona che soffre. Per essere un vero medico non basta saper fare una corretta diagnosi e somministrare un farmaco in modo appropriato. Il medico non è solo un tecnico che assiste in modo corretto il paziente. E’ molto di più, è un uomo che assiste un altro uomo che soffre.
A questo proposito ho ricevuto una lezione indimenticabile da uno dei miei migliori allievi che ha lasciato l’Università per fare il medico in un paese della provincia di Bergamo. L’ho incontrato un giorno per caso nel cortile del Filarete, presso la sede centrale dell’Università. All’improvviso, mentre si stava chiacchierando, mi chiese: “Professore, sa qual è il migliore farmaco a mia disposizione?”.  Rimasi perplesso e, pensando a un tranello, gli risposi: “La morfina”. No”, egli mi disse: “E’ la mia mano, perché quando accarezzo la fronte anche del più disperato dei miei pazienti, gli ritorna il sorriso”.

Mi permetta allora di chiederle: qual è il suo rapporto con il dolore?
E’ un rapporto diffi cile. Si tratta di un problema che, sia da un punto di vista scientifi co sia terapeutico, non sento di poter affrontare in modo esauriente. Per essere sincero ciò che oggi mi turba di più non è tanto il quesito su come trattare il dolore, ma il perché della sofferenza e in particolare il perché del dolore innocente, pensando soprattutto ai bambini. Attualmente chi si occupa di
terapia del dolore è chiamato al confronto con vari temi a valenza bioetica. Se la sente di esprimere il suo parere su un aspetto assai controverso come quello del cosiddetto “suicidio assistito” praticato anche in Paesi a noi molto vicini? Non sono un esperto di etica né di legge, ma mi è sempre stato insegnato, sin da studente, che è un preciso dovere del medico assistere fino in fondo un ammalato cercando di alleviare con ogni mezzo possibile la sua sofferenza. Naturalmente, senza cadere nell’accanimento terapeutico. Non riesco pertanto a capire il concetto di “suicidio assistito”: se un medico collabora attivamente nel porre fine a una vita, pur con finalità per così dire compassionevoli, a mio parere si rende complice di un atto che non dovrebbe mai condividere.
Perchè non si tratta più di suicidio, ma di omicidio
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