Provare dolore è come percepire rosso? - Pathos

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Provare dolore è come percepire rosso?

Is feeling pain like perceiving red?
Editoriale
Pathos 2023; 30. 2. Online 2023, Oct 10
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Germana Pareti
Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione,
Università di Torino
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Riassunto
Il dibattito tra neuroscienziati e filosofi sul concetto di dolore non accenna a smorzarsi, alimentato anche dagli aggiornamenti della classica definizione della IASP. Dai vari contributi si evince che comunque il nocciolo della discussione consiste pur sempre nella ricaduta dei problemi generati dal dualismo mente-corpo di origine cartesiana. Da una parte, il dolore ha qualità soggettive e indubitabili, forse persino indicibili; dall’altra parte è localizzabile fisicamente in una ben definita regione del corpo. Oggi i filosofi ricorrono a una visione che non si focalizza sul solo cervello, ma inquadra il dolore nel rapporto tra il corpo e il mondo. I neuroscienziati invece fanno riferimento a teorie computazionali che implicano il ruolo di una rete distribuita di circuiterie neurali che riguardano aspetti sensoriali ed emotivi del dolore, codificanti attese, errori di predizione e predizioni nell’inferenza percettiva.
Summary
The debate between neuroscientists and philosophers on the concept of pain still continues today, also revived by the updates of the classic IASP definition. From the various contributions we understand that the core of the discussion still consists in the effects of the mind-body dualism of Cartesian origin. On the one hand, pain has subjective and indubitable, perhaps even unspeakable qualities; on the other hand, it can be physically located in a well-defined region of the body. Recently philosophers have resorted to a vision that does not focus on the brain alone, but contests pain in the relationship between the body and the world. Neuroscientists instead refer to computational theories involving a distributed network of neural circuitries encoding sensory and emotional aspects of pain such as expectations, prediction errors and prediction in perceptual inference.
Parole chiave
Dolore, cervello, mente, medicina, filosofia
Key words
Pain, brain, mind, medicine, philosophy

Tra il 2017 e il 2019 la discussione (non solo filosofica) sulla definizione del concetto di “dolore” si è arricchita di due considerevoli contributi che però, purtroppo, non hanno granché modificato il succo del dibattito che da oltre un secolo vede impegnati e talora contrapposti filosofi e scienziati. Nel 2017 un intero fascicolo di The Monist (numero 100) era dedicato al tema del dolore e, due anni dopo, la Stanford Encyclopedia of Philosophy aggiornava la voce “Pain”, che era stata introdotta nel 2005. Da questi interventi emergeva che, nel frattempo, ben poco di nuovo era apparso sotto il sole. Sul piano filosofico la querelle ruotava fondamentalmente sui due corni impliciti nella ormai classica definizione della IASP risalente al 1979, e addirittura il filosofo della mente Murat Aydede della British Columbia University, fin dal titolo del suo saggio di apertura in The Monist, lasciava trasparire il proprio sostegno “in difesa” di quella definizione, pur passibile di svariate critiche.
         Qual era il problema? Si trattava della solita, annosa, questione del rapporto tra il corpo e la mente, poiché nella definizione del “dolore” è presente il rinvio a un’esperienza sensoriale ed emotiva (spiacevole) di un danno fisico (reale o potenziale), e quindi si ha la presa di coscienza di un fenomeno localizzato in una qualche parte del corpo. Il fatto che se ne desse una definizione in termini di “esperienza” dava la stura a tutta la serie di caratterizzazioni che i filosofi della mente attribuiscono ai qualia, cioè agli aspetti qualitativi dell’esperienza, e che come tali sono immediati, privati, soggettivi, intrinseci, ineffabili ecc., ma che, proprio per questa ineffabilità, sono oggetto di critica severa da parte di filosofi materialisti e riduzionisti come Daniel Dennett. Nella fattispecie del dolore, osserva il filosofo, noi siamo “incorreggibili”, nel senso che se si crede di provare dolore, questa convinzione è vera: si sta soffrendo e nessuno potrà mai smentirlo. Allora, come possono stare insieme e non essere contraddittori la pretesa che il dolore sia uno stato psicologico e pertanto soggettivo e indubitabile con la sua natura “fisica”, una condizione percepita in una ben distinta zona del corpo, denti, testa, ginocchia ecc.? Inoltre, per quanto non abbiano una collocazione fisica, nel linguaggio comune anche la tristezza e il cordoglio sono dolore, e questa contaminazione tra il “fisico” e il “mentale” fa capire come non siano separabili la componente emozionale (e sociale) del dolore dal suo correlato neurale.
        La parte finale di quella definizione complicava ulteriormente le cose, dacché recitava che quell’esperienza poteva anche o comunque essere descritta in rapporto al danno tissutale. Questo riferimento alla possibilità di descrivere, cioè di rappresentare con parole, allargava la discussione, coinvolgendo anche i filosofi del linguaggio, i quali, a partire dagli anni Cinquanta, seguendo le lezioni di J.J. Austin raccolte in Fare cose con le parole, hanno imparato a distinguere (da quelli constativi) i cosiddetti enunciati performativi, che sono atti, e perciò, quando mi lamento che “ho mal di denti”, si tratta di un comportamento di dolore e non di una semplice descrizione.
          Nel 2018 la IASP ha provveduto ad aggiornare quella definizione, che si riteneva ormai obsoleta, con sei note integrative, nelle quali – tra le altre cose – è rimarcata la distinzione tra dolore e nocicezione, si riconosce l’influsso di vari fattori (biologici e sociali oltre che psicologici), delle esperienze di vita, e infine si ammette che la descrizione verbale non esaurisce lo spettro del dolore, poiché a proposito di soggetti incapaci di comunicare il dolore, non si può negare che lo provino. Con l’aggiunta di questi punti venivano inclusi aspetti che riguardavano l’interferenza dell’esperienza dolorosa sulla vita lavorativa e sociale, ma altresì le implicazioni etiche, religiose ed economiche che sorgevano a proposito di quei soggetti che – come animali o umani (feti, neonati e anziani) – non sono in grado di esprimere verbalmente l’esperienza dolorosa.
       A far capo dalla teoria di Melzack e Wall sulle A e C-fibre non sono mancati i filosofi aggiornati sul versante neuroscientifico. Dennett, per esempio, ha elaborato riflessioni significative, documentandosi su ciò che si sa dell’anatomia funzionale della trasmissione dai siti periferici del dolore fino al cervello. In un saggio seminale del 1978 rinviava agli esiti dell’impiego dell’anestesia negli interventi chirurgici, agli effetti che si vengono a creare in condizioni patologiche, quali quelle a seguito di lobotomia prefrontale o cingolotomia, o con l’uso di droghe come oppio e morfina. I casi di insensibilità congenita al dolore e di asimbolia, in cui i soggetti riconoscono e identificano la propria condizione dolorosa, la localizzano, ma non provano alcuna sofferenza, sono indicativi di quella che Dennett definiva una “reazione dissociativa” tra le reazioni “affettive” del dolore e gli aspetti sensoriali e discriminativi. Se nelle esperienze dolorose vi è un’“impossibilità logica” ad assumere un atteggiamento “affettivamente neutro” e al tempo stesso si è in una condizione di infallibilità (o incorreggibilità) circa il proprio dolore, come si spiegano i casi summenzionati in cui il soggetto non ne “prova” la spiacevolezza?
Da qualunque parte si esamini la questione, la conclusione che se ne trae in filosofia è sorprendente. L’estensore della succitata voce “Pain” nella Stanford Encyclopedia conclude osservando che la cosiddetta “scienza del dolore” nel secondo Novecento ha paradossalmente sempre più spostato il proprio favore verso un’interpretazione del dolore più come stato affettivo/emozionale che non percettivo. Non così in filosofia, dove il crescente naturalismo del secondo dopoguerra avrebbe spinto gli studiosi ad assimilare sempre più il dolore alla normale percezione, sullo stesso piano della visione, dell’udito, eccetera.
Ma non è detto che le cose stiano sempre così, perché ora tra i filosofi c’è chi invita a non guardare all’interno del cervello, sostenendo che non siamo il nostro cervello e, sebbene il sistema somato-sensoriale dia luogo a percezioni tattili e dolorose, tuttavia l’esperienza non è mera attività neurale, bensì rapporto dinamico con le cose del mondo esterno.
       La concezione della cosiddetta “Cognizione incarnata” (Embodied Cognition), che vede la mente “estesa” emergente dalla triade “cervello-corpo-ambiente”, offre un nuovo modello del dolore, che viene a essere “incorporato” in un contesto integrato, tale che la sua percezione non è più funzione del solo cervello, bensì di tutto il corpo nella sua interazione enattiva con l’ambiente. Secondo questa prospettiva, l’esperienza percettiva e le interazioni sensomotorie tra il soggetto e l’ambiente naturale in cui è inserito guidano la sua azione, e ciò che il soggetto compie o si accinge a compiere in rapporto con l’ambiente ha una ricaduta sulla sua percezione e sulle sue dinamiche sensomotorie. Avendo il merito di superare la prospettiva dualistica che situa il dolore o nella mente o nel corpo, limitandolo a un’esperienza sensoriale, il paradigma enattivista ha cominciato a essere applicato anche nella pratica clinica, mirando a offrire al paziente diverse strategie per capire, motivare, trattare (e accettare) il proprio dolore. Mentre il soggetto sano dispone di una totale agency nella sua relazione con il mondo esterno, chi è malato lamenta una limitazione di questa agentività, con restrizioni nelle attività della vita quotidiana e sociale, nello sport, eccetera.
       La nuova “scienza della sofferenza” contempla approcci diversificati, che vanno dalla fisioterapia che insegna ad assumere posizioni antalgiche, all’intervento della mindfulness fino a comprendere un’applicazione della teoria del Predictive Coding, secondo la quale si verificherebbe una mancata corrispondenza, e quindi un errore, tra le predizioni top-down elaborate in sede di livelli corticali superiori e gli input sensoriali provenienti dal basso, fintanto che la continua segnalazione di questi errori non metterà capo a nuove predizioni. Il fatto che il cervello si serva di principi statistici per elaborare gli stimoli sensoriali e integrare le informazioni, comporta che impieghi modelli predittivi basati sull’esperienza, quindi sulla statistica degli eventi passati: vale a dire, se si ha una storia pregressa di dolore quando si flette la schiena, si elaborerà un modello interno "predittivo del dolore quando si flette la schiena”. Si capisce allora che nella innumerevole produzione di lavori ispirati al Predictive Coding non è scomparso il ricorso a ricordi, ansie, aspettative, emozioni e lo spauracchio dell’antico dualismo è ben lungi dall’essere sconfitto.
 
Conflitto di interessi
L'autrice dichiara che l’articolo non è sponsorizzato ed è stato redatto in assenza di conflitto di interessi.
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Published
10th October 23
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