Pandemia da coronavirus. Specializzare i medici non specialisti - Pathos

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Pandemia da coronavirus. Specializzare i medici non specialisti

Letter
Pathos 2020, 27; 1. Online 2020, Mar 26
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Giovanni Maria Pisanu
già Dirigente Medico
presso Struttura Complessa Terapia del Dolore
PO Oncologico AO Brotzu, Cagliari
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Riassunto
Nel nostro Paese si registra ormai da anni una carenza costante di medici specialisti, in particolare nei settori dell’emergenza come anestesia e terapia intensiva. Le scuole di specializzazione non hanno sufficienti posti per l’accesso di tutti i medici abilitati. La drammatica pandemia di coronavirus ha messo in evidenza questa situazione. Specializzare sul campo i medici non specialisti può essere una via per superare quello che viene definito l’imbuto formativo.
Summary
In Italy, for some time there has been a constant shortage of specialized medical staff, in particular in emergency areas such as anaesthesia and intensive care. Specialization schools do not have enough places to allow access to all qualified doctors. The dramatic coronavirus pandemic has highlighted this situation. Specializing “on field” non-specialist doctors can be a way of overcoming what is called the training funnel
Parole chiave  Coronavirus, medici, carenza, specializzazioni, Italia, proposte
Key words  Coronavirus, physicians, shortage, specialization , Italy, purpose

L’Italia presenta, nella formazione sanitaria, una situazione che può essere definita paradossale. Con migliaia di laureati in medicina, medici regolarmente abilitati ma non specialisti, presenta allo stesso tempo una carenza costante di medici specialisti.
Negli ultimi dieci anni sono stati laureati dalle facoltà di medicina all’incirca ottomila medici per anno, mentre gli specializzati erano circa seimila all’anno; nel tempo si è venuto a determinare un surplus di medici, circa duemila all’anno, che non riuscivano a entrare nelle scuole di specializzazione.
In gergo questo è stato definito “imbuto formativo”: un sovrappiù di medici unico al mondo, perché regolarmente abilitati all’esercizio della professione, ma che, non essendo specializzati, non possono essere assunti dagli ospedali (i concorsi richiedono la specializzazione) e non possono esercitare la professione di “medico di famiglia”, in quanto è necessaria la formazione in medicina generale.
Le Università italiane formano gli specialisti con borse di specializzazione della durata di tre-cinque anni, finanziate da stanziamenti ministeriali e regionali.
Il numero di borse messe a disposizione nel 2020 (tra ministeriali e regionali) è stato complessivamente di circa ottomila; quindi, mantenendosi invariato il numero annuale di laureati in medicina (attorno agli ottomila), non si riesce a incidere sull’imbuto formativo, che rimane costante, mentre sarebbe necessario un meccanismo di riduzione annuale che arrivi nell’arco di alcuni anni all’eliminazione. Le facoltà di Medicina e Chirurgia, mediante le Università e gli Ospedali della rete formativa, potrebbero assorbire ogni anno fino a 11 mila posti, ovvero circa quattromila in più di quelli stanziati; ciò consentirebbe di eliminare in 4-5 anni il famigerato “imbuto formativo”.
La crisi sanitaria e sociale scatenata dalla pandemia di coronavirus ha evidenziato il grave problema dell’assenza di specialisti in molti settori della rete dell’emergenza-urgenza, causata anche dal mancato turnover degli specialisti in quiescenza dopo l’ultima riforma delle pensioni, meglio nota come Legge Fornero (2013).
Oggi occorrerebbero medici specialisti più giovani, perché più dinamici e anche più resistenti a un’eventuale infezione da Covid 19; questi non ci sono o sono demansionati, mentre vengono richiamati i medici specialisti anziani già pensionati, certamente molto meno energici ed efficienti, oltre che molto più a rischio in caso di infezione da coronavirus.
Che fare?
Occorre cogliere questa occasione straordinaria e purtroppo drammatica, trasformandola in una grande opportunità formativa, andando a sanare il grave gap formativo e occupazionale del mondo medico: occorre consentire a tutti i medici laureati non specialisti di essere assunti nei settori dell’emergenza-urgenza correlati alla gestione dei pazienti infettati e sintomatici, richiedenti trattamento sanitario in ricovero, coprire i nuovi posti di terapia intensiva creati in piena emergenza e allo stesso tempo garantire loro di essere inseriti già dalla prossima selezione concorsuale nazionale per le scuole di specializzazione, ampliando quelle universitarie e regionali, fino alla copertura delle quote assorbibili dal sistema formativo universitario-ospedaliero (undicimila o anche più).
Questo consentirebbe di risolvere nell’arco al massimo di un lustro il trend anomalo di medici dequalificati, sopperendo contestualmente a un problema formativo e occupazionale basilare del nostro sistema sanitario, allo scopo non ultimo di riportare ai primi posti il nostro Welfare, qual era a cavallo dei due millenni.

Conflitto di interessi
L'autore dichiara di aver redatto l'articolo in assenza di conflitto di interessi.
Published
26th March 2020

Bibliografia

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